Da Monti a Letta, dall’austerità al cambiamento?

John Maynard Keynes, uno dei più grandi economisti del secolo scorso, diceva: “Il momento giusto per l’austerità è l’espansione, non la recessione”.

Non a caso tutte le conseguenze che stiamo vivendo le dobbiamo al devastante predominio e alla consolidata affermazione nella società della declinazione forse più spregiudicata del Capitalismo, il Monetarismo, che si poneva in maniera del tutto critica al pensiero del sopracitato pensatore.

Se Keynes e i suoi seguaci volevano porre dei limiti all’economia di tipo liberale onde controllarla e regolarla per evitare inevitabili degenerazioni, i monetaristi -di cui grande esponente politico nell’eurozona fu il primo ministro inglese Margaret Tatcher, deceduta proprio poco tempo fa- giudicavano ogni intervento dello Stato in ambito economico dannoso e assolutamente da evitare.

Aldilà del fatto che si possa essere d’accordo con una o l’altra corrente di pensiero, bisogna fare i conti con la dura e scarna realtà.

Guardando in casa nostra, in Italia, ci troviamo di fronte un quadro allarmante, dall’economia alla politica.

Per un anno e mezzo il governo Monti ha provato a risollevare la situazione. All’epoca delle dimissioni di Berlusconi – che a livello internazionale non aveva più credibilità- alla fine del 2011, i tecnici si trovavano di fronte un’impresa di non poca difficoltà.

Dal punto di vista della credibilità appunto, abbiamo vissuto un momento di inconsueta -ahimè- dignità politica. A livello internazionale, l’Unione Europea e le altre istituzioni cominciavano a guardarci con rilevanza e rispetto, facendoci dimenticare i sorrisetti tra Sarkozy e la cancelliera Merkel interrogati su Berlusconi.

Eravamo alla deriva, sull’orlo del baratro. Stavamo per seguire a ruota la Grecia. Come dire: più in basso di così bisognava solo scavare, e il governo del cavaliere lo stava facendo benissimo.

Il governo tecnico, quindi, aveva sì un arduo compito di fronte a sé, ma allo stesso tempo dava una ventata di aria freschissima alla nostra macchina dello Stato.

Col passare dei mesi e con l’approvazione delle riforme proposte dai tecnici sono venute fuori però non poche perplessità. Se all’estero finalmente veniva colta con soddisfazione una fase per così dire riformista, dopo anni di inerzia politica, all’interno del nostro Paese cominciavano ad affiorarne le conseguenze.

Siamo stati testimoni quindi di tutti i provvedimenti del governo Monti: all’inizio era la cosiddetta manovra “Salva Italia” per correggere i conti e i bilanci dello Stato con l’introduzione di nuove imposte e tasse come l’ormai celeberrima Imu e la Tares; subito dopo è arrivata la seconda fase, quella del “Cresci Italia”, relativa alla riforma del mercato del lavoro e di quello pensionistico.

Se teniamo conto delle conseguenze di tutte le manovre comunque, ne spicca una in assoluto, specialmente perché la dovranno subire le future generazioni: è l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutelava i lavoratori licenziati senza giusta causa.

Una scelta, che peraltro non ha trovato alcun minimo ostacolo ma anzi un’inusuale complicità: in primis nel partito che doveva rappresentare in Parlamento specialmente gli interessi dei lavoratori stessi; in secundis nei maggiori sindacati nazionali .

La giustificazione, se così possiamo definirla, del ministro per il welfare Fornero e del governo Monti è stata quella di dover aumentare, in senso generale, il livello delle possibilità di occupazione all’interno del nostro Paese. Ma a che costo?

La flessibilità del lavoro, in particolare in entrata, darebbe sulla carta e in linea teorica, una spinta positiva in questo senso. Il problema è che una manovra del genere ha ripercussioni in maniera preponderante specialmente in uscita.

I tecnici evidentemente avevano in mente il modello americano. Ma una cosa sono gli Stati Uniti, una cosa è l’Italia, con tutte le connessioni culturali e storiche del caso, che in maniera lampante non sono state prese in considerazione. Infatti, se prendiamo in esame il caso americano, il concetto di flessibilità assume una connotazione per cui il lavoratore cambia il proprio lavoro; in Italia, il nostro lavoratore perde il posto di lavoro e diventa disoccupato.

Ogni giorno che passa, la situazione non sembra cambiare o prendere una svolta decisiva verso un rinnovamento concreto. L’appena nato governo Letta ha il dovere di dare risposte tangibili alla nostra società. Il malcontento generale non può non essere preso in considerazione. Senza parlare della tenuta sociale che pian piano sta venendo meno come possiamo constatare dalla vicenda della sparatoria davanti a palazzo Chigi, dove sono rimasti feriti -uno gravemente- due carabinieri che nulla centrano con tutto ciò.

Vi è l’impellente necessità, quindi, di intraprendere una strada di cambiamento per risolvere, o almeno per cominciare a provarci, questo spiacevole (ma forse prevedibile) insieme di circostanze che si sono venute a creare.

Dunque non prendiamoci in giro: con le vicende relative all’elezione del Presidente della Repubblica e quelle relative alla formazione del nuovo governo, la maggior parte della classe politica non ha preso atto del tanto agognato bisogno di cambiamento testimoniato dall’esito delle elezioni di Febbraio.

Si spera allora che questo nuovo esecutivo possa farci dimenticare con i fatti tutto l’alone di “giochi di palazzo” e “inciucio” che lo contraddistingue, prendendo in mano la situazione e magari tenendo conto che, come diceva Keynes, il momento giusto per le politiche d’austerità è l’espansione.

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