Cosa si nasconde dietro questo fenomeno?

Termine giapponese che letteralmente significa “morte per eccesso di lavoro”, il Karōshi è un fenomeno sempre più diffuso, in particolar modo in Giappone, e di cui, ormai da diversi anni, si è cominciato a parlare con sempre maggiore regolarità. Cause mediche di questo tipo di morte sono principalmente attacchi cardiaci, infarti ed ictus causati dall’eccesso di stress, dalla mancanza di sonno e dalla smisurata stanchezza.
Si è parlato per la prima volta di Karoshi nel 1969, anno in cui un giovane lavoratore 29enne del reparto trasporti di un giornale giapponese morì improvvisamente durante l’orario di lavoro. È però dagli anni ’80 che il fenomeno ha avuto un’improvvisa impennata, tanto da suscitare l’attenzione del governo giapponese, che da allora redige statistiche per documentarlo. Quali sono le cause di questo nuovo tipo di disagio? Esse sono da ricercare innanzitutto nella cultura e nel sistema socio-istituzionale giapponese.

Il Giappone è una delle più moderne economie per quello che riguarda produzione e rapporti di lavoro. Nella sociologia contemporanea, a partire dal processo di abbandono del modello taylor-fordista, esso viene infatti descritto come schema di produzione da imitare e a cui puntare. Esso è caratterizzato dalla cd. “lean production”, produzione snella, e dal kaizen, che esprime il concetto di miglioramento continuo. Con “lean production” si intende una produzione che riduca al minimo gli sprechi e le scorte, con zero tempi di attesa per il cliente; una produzione che sia di qualità, efficiente, veloce, ma soprattutto flessibile, in quanto essa si adatta alla domanda, procurandosi i materiali necessari alla produzione, solamente nel momento in cui essi sono effettivamente richiesti (produzione market driven).

Tuttavia, caratteristica principale del modello di produzione giapponese sono i rapporti di lavoro. La tipica impresa nipponica infatti, punta, tramite un fortissimo apparato ideologico, ad un completo riconoscimento del lavoratore negli obiettivi e nella mentalità dell’impresa, di modo da creare un’azienda-comunità basata sul diretto contributo dei lavoratori, i cui sforzi, lealtà, partecipazione attiva e contributo sono premiati con un salario alto, garanzie di un lavoro stabile (ma soltanto per i core workers, lavoratori centrali, ovvero quelli con maggiori competenze), premi, incentivi, un sindacato d’impresa la cui adesione è obbligatoria, e un sistema di remunerazione e valutazione del lavoro che tiene conto di merito e anzianità. Le persone vengono considerate come tali, la loro creatività è risorsa principale dell’innovazione dell’azienda e il rapporto con la tecnologia e le macchine non è più quello fordista dove il primo è subordinato alle seconde, ma l’uomo detiene il potere di interrompere il processo di produzione per evitare o arrestare un eventuale errore. A dimostrazione del successo di tale mentalità, in Giappone viene usata la stessa parola sia per casa che per azienda.

Purtroppo però, questo modello che, spiegato dal punto di vista teorico sembra molto più avanzato e a-conflittuale rispetto a quelli europei (senza entrare nel merito della situazione italiana), nasconde al suo interno molte contraddizioni, prima fra tutte, la morte per eccesso di lavoro. Ed è il Giappone stesso a riconoscerlo, dato che esso è uno dei pochi paesi in cui questa categoria è riportata nelle statistiche dei decessi. Prima grave mancanza di questo sistema è il fatto che il Giappone non abbia mai ratificato alcuna Convenzione dell’ILO (International Labour Organization) sull’orario lavorativo, come quella relativa ai congedi pagati (ferie retribuite) e quella relativa alle ore di lavoro, secondo cui esse non debbano superare le 8 ore al giorno e le 48 ore settimanali, salvo alcune eccezioni.  Koji Morioka, professore di economia e autore di The Age of Overwork (L’era del lavoro eccessivo), afferma che “quando si tratta di ore lavorative in Giappone non c’è alcun riferimento agli standard internazionali”Fare gli straordinari  è per i giapponesi qualcosa di perfettamente normale: essi infatti non possono rifiutare di fornire al loro datore di lavoro maggiori prestazioni, ovviamente non retribuite.
Emerge inoltre dalle ultime stime dell’ILO che il Giappone è al primo posto nella classifica dei dipendenti che superano le 50 ore settimanali (28,1 %), mentre nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, la cifra non supera il 10% (Italia 4,2%).

Questi ultimi vent’anni sono stati caratterizzati da un drastico aumento di suicidi, che hanno superato i 30 mila casi dal 1998, anno in cui la disoccupazione raggiunse un livello record. Secondo gli ultimi dati dell’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità), il numero di suicidi in Giappone (127,8 milioni di abitanti) è quasi il doppio di quello negli Stati Uniti (313,9 milioni di abitanti).
L’ultimo studio effettuato dall’agenzia di Polizia nazionale giapponese evidenzia che nel 2006 si sono tolte la vita più di 30.000 persone in tutto il paese. Inoltre, secondo alcune stime, più di cinquemila suicidi ogni anno sono il risultato della depressione causata da eccesso di lavoro. Il libro di Koji Marioka riporta che la quota di ferie retribuite da parte dei dipendenti giapponesi è scesa al 47 percento nel 2004 dal 61 per cento del 1980. Kosuke Hori, capo dell’Associazione giapponese degli avvocati del lavoro, afferma che i troppi straordinari impediscono ai lavoratori di godere di ferie retribuite e questo costituisce un problema. Un interessante articolo di Repubblica dal titolo “Giappone, molto lavoro e pochi bimbi. Gli industriali: “Più vacanze per fare sesso” “ affronta esattamente questa problematica, introduce la questione affermando che nel 2007 una coppia su quattro in età fertile non aveva avuto neanche un rapporto sessuale durante l’arco dell’intero anno. Appare chiaro quindi come l’eccessivo lavoro e di conseguenza la troppa stanchezza, possano influenzare gli ambiti più privati della vita con conseguenze gravi sulla salute e sulla situazione famigliare.
Ma quali sono le risposte del governo in proposito? Esso comincia a riconoscere il fenomeno, ma soprattutto la responsabilità delle imprese in quanto causa di questo tipo di morte. La legislazione si sta evolvendo in direzione di una migliore prevenzione e riduzione dei casi di Karoshi, ad esempio introducendo un tetto massimo di ore lavorative giornaliere, oppure visite mediche obbligatorie prima di poter sottoporre un impiegato a prestazioni supplementari. Ma si tratta soltanto di idee che non sono ancora sfociate in misure concrete.

Concludendo: viviamo in un mondo che ruota intorno al lavoro, alla carriera, al prestigio, spesso mettendo da parte famiglia e affetti, al fine di garantire loro una migliore qualità di vita; il modello giapponese ne è un esempio lampante. Ma quanto questo modo di vivere è giusto, e nel caso, quanto e come potrebbe essere cambiato o bilanciato (senza considerare le politiche pubbliche) a livello individuale e culturale?

Dante, l’arno e la Poesia

Faccio il commesso viaggiatore, il lavoro meno creativo che possa esistere. Da ragazzo il mio sogno era di diventare poeta, mentre i miei genitori mi volevano medico, purtroppo è finita male per entrambi… Non sarò diventato poeta ma almeno cerco di vivere la vita con poesia, questo sì… Ero in auto diretto a Firenze. Alla mia destra il fiume Arno mi accompagnava. Proprio quest’ultimo, celebrato nel Purgatorio della Divina Commedia dal poeta Dante, mi aveva portato a tali riflessioni… Avevo appuntamento con uno dei miei più tristi clienti, fortemente asservito al dio del commercio e del profitto; cosa poteva mai capirne quest’ultimo di poesia? Appena entravi nel suo negozio, ti squadrava da capo a piedi, e se trovava qualcosa che non gli piaceva, era certo che quel giorno non ti avrebbe fatto nessun ordine. Quando sentii farsi viva un’impellente umana esigenza. Visto che il primo bar era ancora troppo distante, mi arrestai sul lato destro della carreggiata. Aperta la portiera l’Arno mi salutò col suo impeto cristallino. Un colpo di vento mi smosse i capelli. Li riassettai. Infine, uscito dall’auto, vidi una stradina che portava al fiume. A tratti alberi sparpagliati e vegetazione varia si estendevano quasi fino alla riva, proprio quanto faceva al caso mio. Trovato riparo dietro un albero, d’improvviso, apparve… Per niente spaventata, ma incuriosita, stava a pochi passi da me… Io, per nulla impaurito, la ammiravo: era stupenda. Sembrava appena uscita da una fiaba, con quella bella coda, dritta, folta. Col rilucente naso odorava l’aria, mentre con occhi vispi lanciava rapide sbirciate, di qua e di là, ma sempre mantenendo il muso puntato nella mia direzione. Verde e magia e gorgoglio del fiume ci avvolgevano. Io, ancora lì, col coso in mano, non osavo neanche più respirare. Ammiravo la sua regale figura, la sua splendida e folta peluria rossiccia carezzata dall’aria, a ondate, come fa il vento con i campi di grano… quando lo sferragliare di un mezzo pesante lungo la strada ruppe l’incanto: con l’abilità di un maestro zen senza che una sola fronda o filo d’erba venisse smossa, era sparita! Infine, solo io, nel vento e nel dolce canto del fiume… Ancora ammaliato ritornai alla macchina. Avevo appena visto l’esemplare di volpe che neanche il sogno più magico e poetico mi avrebbe potuto donare (alla faccia di Esopo e alle sue riduzionistiche umane allegorie). E l’avevo incontrata quasi naso a naso; cioè, a esser sinceri: quasi naso a coso!

Il sorriso dei delfini, il più grande inganno della Natura

Chi non è mai stato a vedere uno spettacolo al delfinario? E chi non lo ha trovato divertente, pensando anche che, dopotutto, i delfini non se la passassero così male? Eppure, non tutti sanno che invece sono numerosi i casi di suicidio di questi piccoli cetacei nei parchi acquatici e delfinari. Spesso i delfini sono messi sotto forte stress a causa dei piccoli spazi in cui si trovano e dei forti rumori da cui sono circondati, come le grida e gli applausi delle folle e la musica dello show. Per la maggior parte soffrono di ulcera e nei casi di depressione più gravi smettono di respirare e si lasciano cadere sul fondo: ciò gli è permesso perché per loro respirare è un atto volontario, e non automatico come nel caso dell’essere umano. Gli eccessivi suicidi di delfini sono anche la ragione per cui ha recentemente chiuso il delfinario del celebre parco divertimenti Gardaland. Ma quando ha avuto inizio questa crudele moda di rinchiudere i delfini per farli esibire, sfruttando a loro svantaggio l’incredibile intelligenza che li contraddistingue? Non sarà l’unica ragione, ma sicuramente la serie tv Il mio amico delfino, meglio nota come Flipper e andata in onda per la prima volta nel 1963, ha contribuito a condurli in schiavitù.

Fondamentale per il successo di quella serie fu Richard O’ Barry, addestratore di Flipper, o meglio Kathy, la delfina che lo interpretava, e che dopo aver terminato le riprese è stata messa in cattività e si è suicidata. Richard, che aveva già avuto dei risentimenti riguardo la condizione di reclusione dei delfini, ne è rimasto fortemente scosso e da quel giorno ha votato la sua vita a distruggere il mostro che aveva contribuito a creare. Alla base delle sue ragioni, la convinzione che la grande intelligenza dei delfini permetta loro la totale consapevolezza di sé e della propria condizione, al pari di quella umana. La vita di Richard è costellata di successi come la rimessa in libertà di esemplari catturati, ma anche di molti arresti: spesso infatti sotto la compravendita dei delfini per gli spettacoli si nasconde un business che frutta milioni. Eclatante è il caso di Taiji, Giappone, dove O’ Barry ha scoperto una vera e propria mattanza di delfini, rivelata poi al mondo con il documentario “The Cove”. A Taiji i delfini vengono radunati in baie chiuse da reti, dove gli addestratori scelgono quelli da portare via. Quelli scartati non vengono però liberati, ma in un’insenatura nascosta e protetta da guardie e recinzioni vengono massacrati con metodi feroci e barbari.

I delfini sono quindi trasformati in carne che viene venduta nei mercati del Giappone, spesso spacciata per la ben più pregiata carne di balena. Oltretutto, la carne di delfino contiene 2000 ppm (parti per milione) di mercurio, contro lo 0,4 permesso dalla legge, rivelandosi quindi altamente tossica per l’organismo. Servono altri motivi per boicottare quest’abominio?

Nelson Mandela: la vita

“Non importa quanto stretto sia il passaggio,
quanto pieno di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino;
Io sono il capitano della mia anima”
Invictus, di William Ernest Henley.

Nelson Rolihlahla Mandela nasce a Mvezo nel Transkei nel 1918. La sua lotta per la libertà inizia nel 1941, quando si rifiuta di sposare in matrimonio combinato una ragazza, che il capo tribù Thembu Dalindyebo aveva scelto per lui. Così scappa con il cugino nella città di Johannesburg, dopo che anch’egli aveva rifiutato di sottostare al matrimonio combinato.
Mandela studia legge all’Università college di Fort Hare e presso l’Università di Witwatersrand. In questo periodo egli è già coinvolto nell’opposizione al regime di minoranza sudafricano che nega i diritti politici, sociali e civili alla maggioranza nera sudafricana. Così si unisce all’Africa National Congress (ANC) nel 1942.

Nel 1948, dopo che il Partito Nazionale vinse le elezioni attuando una politica basata sull’apartheid e sulla segregazione razziale , Mandela si distinse per una dura lotta di opposizione contro l’apartheid. In questo periodo (metà degli anni ’50) Mandela e il collega e amico Tambo fondarono l’ ufficio legale Mandela e Tambocon lo scopo di fornire assistenza gratuita o a basso costo a molti neri che altrimenti non avrebbero avuto rappresentanza legale.

Dopo l’uccisione di manifestanti disarmati a Sharpeville nel marzo 1960, nel 1961 Mandela diventò comandante dell’ala armata dell’ANC l’Umkhonto we Sizwe, nata per combattere il governo pro-apartheid.
Così nell’agosto 1962 venne arrestato e condannato a 5 anni di lavori forzati con l’accusa di viaggi illegali all’estero e incitamento allo sciopero.

L’11 luglio 1963 fu arrestato insieme agli altri leader dell’ANC e nel 1964 venne condannato all’ergastolo con l’accusa di tradimento contro lo Stato. Mandela si dichiarò colpevole di essere coinvolto nell’organizzazione di azione armata e di sabotaggio, ma si dichiarò non colpevole riguardo all’accusa di cospirazione per aver cercato di aiutare gli altri Paesi a invadere il Sud Africa.

Rimase in prigione fino al 1990, diventando il vero e proprio leader mondiale della lotta all’apartheid, vincendo nel 1988 il Premio Sokharov per la libertà di pensiero. Durante questi 27 anni di detenzione Mandela lesse moltissimi libri, sia in lingua afrikaner (molto simile all’olandese) sia in lingua inglese, lingua che imparò perfettamente.
In particolare fu una poesia a dare a Mandela una forte spinta per rimanere vivo ed affrontare gli anni di prigione: “Invictus” dal latino “invitto” o “indomabile” di William Ernest Henley.

Mentre era in prigione Mandela riuscì ad inviare un manifesto all’ANC che fu pubblicato il 15 giugno 1980:
“Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’appartheid!”
Fu rilasciato l’11 febbraio 1990 su ordine dell’allora Presidente sudafricano de Klerk , anche grazie alle incessanti pressioni della comunità internazionale e dalle crescenti proteste dell’ANC.
De Klerk stesso racconta, in un documentario mandato in onda dalla Rai “La storia siamo noi”, che quando aveva dato a Mandela la notizia che sarebbe stato liberato, quest’ultimo disse: “Ma è troppo presto! non voglio essere liberato l’11 febbraio perchè ho bisogno di più tempo per prepararmi!”; De Klerk gli disse però che la data del su rilascio non era negoziabile. Al Paese serviva Nelson Mandela libero.

Nel 1991 Mandela concorre contro de Klerk per la Presidenza del Sud Africa, diventando Presidente nel 1994. Mandela e de Klerk vinsero il Premio Nobel per la pace nel 1993.

Una volta che Mandela fu eletto Presidente e de Klerk vicepresidente, istituirono la Commissione per la verità e la riconciliazione, cioè un tribunale speciale costituito con lo scopo di ascoltare le testimonianze delle vittime dei crimini commessi durante il regime da entrambe le parti. Lo scopo era traghettare il Sud Africa verso una democrazia con pari diritti tra bianchi e neri. Il perdono e l’azione non violenta costituivano la base del pensiero politico di Mandela, tanto che molti afrikaner giudicati colpevoli ma che avevano ammesso i reati, ricevettero l’amnistia.

Alla fine del suo mandato di Presidente nel 1998, Mandela decise di non ricandidarsi, per proseguire il suo impegno nel sostegno alle organizzazioni per i diritti civili, sociali e umani. Ha ricevuto numerose onorificenze, quali l’Order of St. John dalla Regina Elisabetta II e la Presidential of Medal Freedom da George W Bush.

Mandela è l’unica persona di origini indiane, insieme a Madre Teresa, ad ottenere il Bharat Ratna nel 1990 che è il più alto riconoscimento civile indiano. Nel 2001 è stato il primo straniero ad aver ricevuto l’Ordine del Canada, dopo aver parlato ad una conferenza di  45 000 studenti allo Skydrome di Toronto.

Nel 2004 afferma di volersi ritirare completamente dalla vita politica, confermando però il suo impegno nella lotta contro l’Aids che gli portò via un figlio e la moglie dell’altro figlio.  Nel 2004 infatti si reca a Bangkok per partecipare alla XV conferenza internazionale sull’AIDS. Il 23 luglio 2004 la città di Johannesburg gli ha conferito la più alta onorificenza cittadina il Freedom of the city.

Mandela muore il 5 dicembre 2013 a Johannesburg, dopo essere stato ricoverato l’8 giugno dello stesso anno all’ospedale di Pretoria, per l’aggravarsi di una infezione polmonare connessa ad una tubercolosi contratta durante gli anni di prigionia. Era in stato vegetativo permanente dal 4 luglio 2013. Il primo a dare l’annuncio della morte è stato l’attuale Presidente del Sud Africa Jacob Zuma, in diretta televisiva.

Da Monti a Letta, dall’austerità al cambiamento?

John Maynard Keynes, uno dei più grandi economisti del secolo scorso, diceva: “Il momento giusto per l’austerità è l’espansione, non la recessione”.

Non a caso tutte le conseguenze che stiamo vivendo le dobbiamo al devastante predominio e alla consolidata affermazione nella società della declinazione forse più spregiudicata del Capitalismo, il Monetarismo, che si poneva in maniera del tutto critica al pensiero del sopracitato pensatore.

Se Keynes e i suoi seguaci volevano porre dei limiti all’economia di tipo liberale onde controllarla e regolarla per evitare inevitabili degenerazioni, i monetaristi -di cui grande esponente politico nell’eurozona fu il primo ministro inglese Margaret Tatcher, deceduta proprio poco tempo fa- giudicavano ogni intervento dello Stato in ambito economico dannoso e assolutamente da evitare.

Aldilà del fatto che si possa essere d’accordo con una o l’altra corrente di pensiero, bisogna fare i conti con la dura e scarna realtà.

Guardando in casa nostra, in Italia, ci troviamo di fronte un quadro allarmante, dall’economia alla politica.

Per un anno e mezzo il governo Monti ha provato a risollevare la situazione. All’epoca delle dimissioni di Berlusconi – che a livello internazionale non aveva più credibilità- alla fine del 2011, i tecnici si trovavano di fronte un’impresa di non poca difficoltà.

Dal punto di vista della credibilità appunto, abbiamo vissuto un momento di inconsueta -ahimè- dignità politica. A livello internazionale, l’Unione Europea e le altre istituzioni cominciavano a guardarci con rilevanza e rispetto, facendoci dimenticare i sorrisetti tra Sarkozy e la cancelliera Merkel interrogati su Berlusconi.

Eravamo alla deriva, sull’orlo del baratro. Stavamo per seguire a ruota la Grecia. Come dire: più in basso di così bisognava solo scavare, e il governo del cavaliere lo stava facendo benissimo.

Il governo tecnico, quindi, aveva sì un arduo compito di fronte a sé, ma allo stesso tempo dava una ventata di aria freschissima alla nostra macchina dello Stato.

Col passare dei mesi e con l’approvazione delle riforme proposte dai tecnici sono venute fuori però non poche perplessità. Se all’estero finalmente veniva colta con soddisfazione una fase per così dire riformista, dopo anni di inerzia politica, all’interno del nostro Paese cominciavano ad affiorarne le conseguenze.

Siamo stati testimoni quindi di tutti i provvedimenti del governo Monti: all’inizio era la cosiddetta manovra “Salva Italia” per correggere i conti e i bilanci dello Stato con l’introduzione di nuove imposte e tasse come l’ormai celeberrima Imu e la Tares; subito dopo è arrivata la seconda fase, quella del “Cresci Italia”, relativa alla riforma del mercato del lavoro e di quello pensionistico.

Se teniamo conto delle conseguenze di tutte le manovre comunque, ne spicca una in assoluto, specialmente perché la dovranno subire le future generazioni: è l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che tutelava i lavoratori licenziati senza giusta causa.

Una scelta, che peraltro non ha trovato alcun minimo ostacolo ma anzi un’inusuale complicità: in primis nel partito che doveva rappresentare in Parlamento specialmente gli interessi dei lavoratori stessi; in secundis nei maggiori sindacati nazionali .

La giustificazione, se così possiamo definirla, del ministro per il welfare Fornero e del governo Monti è stata quella di dover aumentare, in senso generale, il livello delle possibilità di occupazione all’interno del nostro Paese. Ma a che costo?

La flessibilità del lavoro, in particolare in entrata, darebbe sulla carta e in linea teorica, una spinta positiva in questo senso. Il problema è che una manovra del genere ha ripercussioni in maniera preponderante specialmente in uscita.

I tecnici evidentemente avevano in mente il modello americano. Ma una cosa sono gli Stati Uniti, una cosa è l’Italia, con tutte le connessioni culturali e storiche del caso, che in maniera lampante non sono state prese in considerazione. Infatti, se prendiamo in esame il caso americano, il concetto di flessibilità assume una connotazione per cui il lavoratore cambia il proprio lavoro; in Italia, il nostro lavoratore perde il posto di lavoro e diventa disoccupato.

Ogni giorno che passa, la situazione non sembra cambiare o prendere una svolta decisiva verso un rinnovamento concreto. L’appena nato governo Letta ha il dovere di dare risposte tangibili alla nostra società. Il malcontento generale non può non essere preso in considerazione. Senza parlare della tenuta sociale che pian piano sta venendo meno come possiamo constatare dalla vicenda della sparatoria davanti a palazzo Chigi, dove sono rimasti feriti -uno gravemente- due carabinieri che nulla centrano con tutto ciò.

Vi è l’impellente necessità, quindi, di intraprendere una strada di cambiamento per risolvere, o almeno per cominciare a provarci, questo spiacevole (ma forse prevedibile) insieme di circostanze che si sono venute a creare.

Dunque non prendiamoci in giro: con le vicende relative all’elezione del Presidente della Repubblica e quelle relative alla formazione del nuovo governo, la maggior parte della classe politica non ha preso atto del tanto agognato bisogno di cambiamento testimoniato dall’esito delle elezioni di Febbraio.

Si spera allora che questo nuovo esecutivo possa farci dimenticare con i fatti tutto l’alone di “giochi di palazzo” e “inciucio” che lo contraddistingue, prendendo in mano la situazione e magari tenendo conto che, come diceva Keynes, il momento giusto per le politiche d’austerità è l’espansione.