Dante, l’arno e la Poesia

Faccio il commesso viaggiatore, il lavoro meno creativo che possa esistere. Da ragazzo il mio sogno era di diventare poeta, mentre i miei genitori mi volevano medico, purtroppo è finita male per entrambi… Non sarò diventato poeta ma almeno cerco di vivere la vita con poesia, questo sì… Ero in auto diretto a Firenze. Alla mia destra il fiume Arno mi accompagnava. Proprio quest’ultimo, celebrato nel Purgatorio della Divina Commedia dal poeta Dante, mi aveva portato a tali riflessioni… Avevo appuntamento con uno dei miei più tristi clienti, fortemente asservito al dio del commercio e del profitto; cosa poteva mai capirne quest’ultimo di poesia? Appena entravi nel suo negozio, ti squadrava da capo a piedi, e se trovava qualcosa che non gli piaceva, era certo che quel giorno non ti avrebbe fatto nessun ordine. Quando sentii farsi viva un’impellente umana esigenza. Visto che il primo bar era ancora troppo distante, mi arrestai sul lato destro della carreggiata. Aperta la portiera l’Arno mi salutò col suo impeto cristallino. Un colpo di vento mi smosse i capelli. Li riassettai. Infine, uscito dall’auto, vidi una stradina che portava al fiume. A tratti alberi sparpagliati e vegetazione varia si estendevano quasi fino alla riva, proprio quanto faceva al caso mio. Trovato riparo dietro un albero, d’improvviso, apparve… Per niente spaventata, ma incuriosita, stava a pochi passi da me… Io, per nulla impaurito, la ammiravo: era stupenda. Sembrava appena uscita da una fiaba, con quella bella coda, dritta, folta. Col rilucente naso odorava l’aria, mentre con occhi vispi lanciava rapide sbirciate, di qua e di là, ma sempre mantenendo il muso puntato nella mia direzione. Verde e magia e gorgoglio del fiume ci avvolgevano. Io, ancora lì, col coso in mano, non osavo neanche più respirare. Ammiravo la sua regale figura, la sua splendida e folta peluria rossiccia carezzata dall’aria, a ondate, come fa il vento con i campi di grano… quando lo sferragliare di un mezzo pesante lungo la strada ruppe l’incanto: con l’abilità di un maestro zen senza che una sola fronda o filo d’erba venisse smossa, era sparita! Infine, solo io, nel vento e nel dolce canto del fiume… Ancora ammaliato ritornai alla macchina. Avevo appena visto l’esemplare di volpe che neanche il sogno più magico e poetico mi avrebbe potuto donare (alla faccia di Esopo e alle sue riduzionistiche umane allegorie). E l’avevo incontrata quasi naso a naso; cioè, a esser sinceri: quasi naso a coso!